DODONA

Il santuario di Zeus a Dodona, in Epiro, uno dei più importanti della Grecia, era frequentato da popolazioni di gran parte del Mediterraneo che vi si recavano per consultare oracolo, presenze documentate dalle migliaia di laminette di piombo con le interrogazioni dei fedeli.

Immerso in un paesaggio dominato dal monte Tomaros, il santuario di Dodona ha un fascino particolare per il contesto ambientale nel quale è inserito.

Il sito del santuario, riscoperto da viaggiatori e studiosi inglesi nel corso del XIX secolo, è stato indagato con scavi a partire dal 1875, riportando alla luce i numerosi edifici che lo caratterizzavano, pur non avendo quelle forme monumentali tipiche di altri santuari panellenici quali Olimpia o Delfi. I numerosi ed interessanti reperti sono esposti al pubblico nel Museo Archeologico di Ioannina. Una significativa selezione di tutti i materiali provenienti dal Santuario di Dodona è esposta nella mostra Dodonaios. L’oracolo di Zeus e la Magna Grecia, presso il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria

Il santuario era dedicato a Zeus, definito Dodonaios o Naios, e alla sua compagna Dione. La sua origine è attribuita dallo storico Eforo di Cuma (IV sec. a.C.) ai Pelasgi, mitica popolazione che i Greci vedevano come antenata della propria stirpe. Secondo Plutarco (II sec. d.C. ), invece, Deucalione, all’epoca del diluvio con cui Zeus aveva punito gli uomini, avrebbe fondato l’oracolo nella terra abitata dai Selloi, a quel tempo chiamati Graikoi da cui il nome Greci. La sua antichità è dimostrata anche dalle menzioni nell’Iliade (II 748-755; XVI 233-235) e nell’Odissea (XIV 326-330; XIX 296-299) che già ne attestano prestigio e autorevolezza, nonché dalla tradizione riportata da Erodoto (Storie, II 52-55) che lo considera, insieme a quello di Siwa nel deserto libico, una filiazione del santuario di Zeus a Tebe in Egitto.

Il santuario è ricordato già nei poemi omerici, a proposito dell’interrogazione fatta da Odisseo alla ‘quercia dall’alta chioma’ (Odissea, XIV 327-328; XIX 296-297) per avere notizie del proprio ritorno a Itaca. Il riferimento al ruolo della quercia nell’oracolo di Zeus a Dodona ritorna poi ancora nei poeti di età arcaica e classica.

La tradizione sull’origine dell’oracolo è riportata da Erodoto (V sec. a.C.) nelle sue Storie (II 52-55): una colomba volata dal santuario di Zeus a Tebe d’Egitto si sarebbe posata su una quercia e, con voce umana, avrebbe annunciato che quel luogo era sacro a Zeus. La quercia, definita sacra da molti autori antichi, doveva costituire la parte più sacra del santuario e per questo la sua immagine è presente sulle monete dell’Epirote e fu utilizzata dal re Pirro (318-272 a.C.) come motivo dinastico. Non è chiaro quale fosse il ruolo della quercia nella procedura oracolare: Strabone dice che Zeus ‘fornisce oracoli non con le parole, ma con dei segni’ e questi potevano consistere nel rumore delle foglie della quercia sacra, ma anche in quello delle colombe che erano sui rami, o in quello del gorgoglio dell’acqua che scorreva alle radici della pianta o, ancora, nel rumore dei calderoni di bronzo collocati intorno all’albero. Per interpretare i segni ci si affidava ai sacerdoti (i Selloi o Tomouroi) o alle Peleiadi (colombe), donne consacrate a Zeus e Dione.

Le fasi più antiche di frequentazione dell’area sacra sono attestate da oggetti risalenti all’età del Bronzo antico (III millennio a.C.). Si tratta di una notevole quantità di armi, strumenti di bronzo, vasi fittili che sembrano già segnalare una qualche forma di culto pur in assenza di monumenti.

Il santuario è comunque sicuramente attivo a partire dall’VIII sec. a.C., quando è menzionato dai poemi omerici. Anche fra VIII e V sec. a.C. sono gli oggetti a testimoniare la frequentazione dell’area sacra. A queste fasi risalgono offerte votive in bronzo come tripodi e calderoni e piccoli oggetti in bronzo raffiguranti animali, tra i quali uno dei simboli di Zeus, l’aquila.

Lo sviluppo monumentale di Dodona risale al IV sec. a.C. ed è forse da mettere in relazione a un evento epocale quale fu il matrimonio di Filippo II di Macedonia (382-336 a.C.) con Olimpiade, sorella di Alessandro il Molosso (362-330 a.C.), il condottiero che condusse una spedizione in Magna Grecia dove, tradito, perse la vita. Il figlio di Filippo II ed Olimpiade, Alessandro Magno (356-323 a.C.), abbellì il santuario con nuovi edifici. La maggior parte di essi, tuttavia, è da assegnare agli anni di Pirro che a partire dall’inizio del III sec. a.C. salì sul trono degli Eacidi, la dinastia dei Molossi che regnava sull’Epiro. Pirro arricchì il santuario con iscrizioni onorarie e, grazie ai bottini di guerra, fece di Dodona il cuore non più solo religioso ma anche amministrativo della Lega d’Epiro. Nel santuario si prendevano le principali decisioni sotto la guida e la protezione di Zeus.