Oracolo

 Una delle caratteristiche principali del santuario di Zeus a Dodona è l’utilizzo della scrittura nella prassi oracolare. Gli interroganti, infatti, consultavano l’oracolo tramite domande messe per iscritto su laminette, per lo più di piombo, raramente di bronzo, di forma quadrata o rettangolare, di piccole dimensioni (al massimo superano di poco dieci centimetri in larghezza e cinque in altezza), sulle quali il testo è inciso con grafia minutissima, con lettere alte pochi millimetri.

Le domande erano varie e riguardavano sia questioni pubbliche, con interrogazioni poste da città o popoli, sia private attinenti a diversi aspetti (matrimonio, figli, discendenza, eredità, patrimonio, denaro, liberazione dalla schiavitù, migrazioni, viaggi, spostamenti, lavoro, furti, crimini. Dalle laminette è possibile spesso recuperare anche i nomi delle città o regioni di provenienza così da ricostruire in parte il quadro delle frequentazioni locali e internazionali del santuario. Molti fedeli provenivano dall’altra sponda dello Ionio, sia dalle città della Magna Grecia e della Sicilia sia dall’Adriatico.

Le fonti, che alludono a diverse modalità per decifrare il volere del dio, tutte basate sul suono (le foglie della quercia, le colombe, l’acqua, l’eco prodotta dai calderoni di bronzo), non fanno nessuna allusione al fatto che l’oracolo si interrogasse in forma scritta, fatto pressoché unico in tutto il mondo greco.

Negli scavi condotti nell’area del santuario sono state rinvenute, in due distinti depositi ma anche disperse, diverse migliaia di laminette, il cui numero esatto al momento non è noto. Quelle edite sono circa millesettecento e ci fanno conoscere circa quattromilaquattrocento testi (alcune sono state utilizzate due o anche più volte per incidervi altre interrogazioni), scaglionate in un arco di tempo che va da fine VI alla prima metà del II sec. a.C. Non tutte integre, redatte in dialetti diversi, ricchi di varianti locali, molto spesso si rivelano, per lo stato di conservazione, di difficile lettura e di incerta interpretazione. Un problema ancora aperto riguarda chi abbia inciso i testi: gli stessi fedeli che si recavano a consultare l’oracolo o figure specializzate, una sorta di scribi? Alla prima ipotesi fa pensare la varietà di dialetti attestati, alla seconda il fatto che non doveva essere semplice scrivere su supporti di dimensioni così ridotte e con una grafia minuscola,senza contare che, data la clientela di estrazione sociale piuttosto bassa (pastori, agricoltori, artigiani), forse ben pochi erano in grado di servirsi della scrittura.
Una parte delle laminette reca, nella parte posteriore, qualche annotazione che può essere interpretata come esito dell’interrogazione. Perché non tutte riportano queste indicazioni? Forse delle tante interrogazioni presentate solo alcune ricevevano risposta? Dopo aver interrogato l’oracolo e ricevuto risposta quale era il destino delle laminette? Venivano forse conservate in qualche ambiente del santuario, come farebbe pensare il fatto che molte sono state riutilizzate, cosa che ne presuppone l’accessibilità? Solo a un certo punto, forse in momenti diversi, sono state interrate nei due depositi rinvenuti nel corso dello scavo, perché ormai desuete? Molti sono gli interrogativi ancora senza risposta e solo lo studio della totalità del materiale potrà fornire risposte.